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MEMORIA E CONFLITTO: QUANDO IL TEMPO NON RICORDATO CONTINUA A COMBATTERE

mar 11 apr 2023
Una riflessione chiara e radicale su come la memoria non elaborata diventi conflitto attivo. L’articolo esplora il legame tra memoria biologica, trasmissione transgenerazionale e conflitti familiari, mostrando come ciò che non viene ricordato continui a ripetersi nel corpo, nelle relazioni e nelle scelte, finché la causa radice non viene riconosciuta e integrata.
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MEMORIA E CONFLITTO: QUANDO IL TEMPO NON RICORDATO CONTINUA A COMBATTERE

La memoria non nasce per ricordare il piacere né per custodire il rimpianto. La memoria nasce per sopravvivere. È una funzione biologica primaria, una tecnologia naturale che consente alla vita di non ripetere all’infinito gli stessi errori mortali. Ogni specie sopravvive perché trattiene informazioni essenziali e le trasmette oltre il singolo individuo. Senza memoria non esisterebbe adattamento, non esisterebbe continuità, non esisterebbe futuro.

La memoria non è un archivio sentimentale. È un dispositivo operativo. Serve a evitare ciò che uccide, a riconoscere ciò che protegge, a reagire prima che sia troppo tardi. È per questo che la memoria non riguarda solo ciò che abbiamo vissuto in prima persona. Riguarda anche ciò che è accaduto prima di noi e che continua a produrre effetti nel nostro corpo, nelle nostre reazioni, nelle nostre scelte.

Un evento traumatico non elaborato non scompare. Se non viene integrato, la memoria lo conserva come allarme. E quando l’allarme non trova un linguaggio cosciente, si esprime attraverso il conflitto. Il conflitto è memoria in azione. È il modo con cui una informazione non riconosciuta tenta di emergere.

La scienza contemporanea ha iniziato a confermare ciò che l’esperienza clinica e genealogica osserva da decenni. Studi sull’epigenetica mostrano che eventi traumatici possono lasciare tracce biologiche trasmissibili. L’ambiente, lo shock, la paura, la privazione possono modificare l’espressione genica e queste modificazioni possono essere ereditate. Non si eredita il ricordo narrativo dell’evento, ma il suo assetto di risposta. Si eredita una predisposizione, una reazione, una soglia di allarme.

Questo significa che una persona può portare nel proprio sistema nervoso una memoria che non le appartiene cronologicamente. Può reagire come se stesse difendendosi da qualcosa che non sta accadendo ora, ma che è già accaduto in un altro tempo della sua linea familiare. In questi casi il conflitto non è attuale: è attivato.

Esistono diversi livelli di memoria. La memoria genetica riguarda le caratteristiche fisiche, le predisposizioni biologiche, la struttura corporea. La memoria psicologica riguarda i modelli comportamentali appresi, le identificazioni, le imitazioni affettive. La memoria transgenerazionale riguarda invece gli eventi non risolti, i traumi, le perdite, le esclusioni, le ingiustizie che non hanno trovato conclusione e che vengono trasmesse come compiti inconsci.

Quando una memoria transgenerazionale non viene riconosciuta, il conflitto diventa la sua modalità di espressione privilegiata. Non potendo essere ricordata, la memoria combatte. Combatte nelle relazioni familiari, nella coppia, nel corpo, nelle scelte di vita. Il conflitto è il luogo in cui la memoria chiede di essere vista.

In questa prospettiva, il conflitto non è un errore né una patologia. È un segnale. Indica che qualcosa di essenziale è stato rimosso dal tempo cosciente ma continua a operare. Se non trovi la memoria del conflitto, resti nel conflitto senza memoria. E un conflitto senza memoria non può risolversi, perché continua a ripetersi senza sapere perché.

La Cronogenetica lavora esattamente su questo punto. Non cerca di sedare il conflitto, ma di risalire alla memoria che lo genera. Ogni conflitto persistente ha una causa radice che non appartiene al presente. Può riguardare un evento avvenuto prima della nascita, durante la gestazione, alla nascita o in una generazione precedente. Finché questa origine non viene riconosciuta, il conflitto rimane attivo come funzione di sopravvivenza.

Nel lavoro cronogenetico il conflitto viene definito in modo preciso: rifiutare ciò di cui si ha ancora bisogno. Questa definizione non è morale, ma biologica. Il conflitto nasce quando una funzione vitale è stata negata, interrotta o distorta e il sistema tenta di recuperarla attraverso la ripetizione. Per questo esistono conflitti ricorrenti con la famiglia di origine, con il partner e la sessualità, con l’espressività del talento e con il corpo stesso.

Ogni area di conflitto indica una specifica memoria attiva. Non è la persona a essere sbagliata. È il tempo a non essere stato chiuso. Quando la memoria viene riconosciuta, il conflitto perde la sua necessità. Non perché venga represso, ma perché ha finalmente assolto la sua funzione informativa.

La memoria, quando è integrata, diventa risorsa. Quando è ignorata, diventa lotta. Comprendere questa differenza è il passaggio decisivo per uscire dalla ripetizione e restituire al conflitto il suo vero ruolo: non distruggere la vita, ma proteggerla finché non viene ascoltata.

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