Qual è il conflitto del Coronavirus? Parte A

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Accettare il rifiuto o rifiutare il bisogno?

“Tutto ciò che non viene alla coscienza ritorna sotto forma di destino” Carl Gustav Jung

Le ripetizioni sull’albero genealogico di ogni famiglia fanno accadere, a distanza di generazioni, eventi emozionali molto simili che si differenziano soltanto per la loro ambientazione storica o per la forma apparente dell’accadimento. Ma quello che non cambia, quello che resta e si ripete è il vissuto della persona: un discendente rivive emozionalmente un’esperienza simile a quella dell’antenato, come se fosse un insegnamento che l’inconscio inscrive nel DNA della famiglia e che riaccade, con un meccanismo ad orologeria, nell’esistenza di un futuro discendente.

Nell’inconscio della famiglia il modo per saldare i propri debiti è transgenerazionale: quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori, non possiamo restituirlo indietro, ma lo rendiamo ai nostri figli. Il bilancio inconscio dei conti familiari ci dovrebbe avvertire se siamo debitori o creditori, se abbiamo impegni (di altri) da pagare o meriti (di altri) da riscuotere.

Sarebbe bello poter donare ad ogni individuo “il coraggio necessario per far fronte agli obblighi e alle colpe, dei debiti emotivi che non sono stati ancora estinti del suo albero.”

Questa partita doppia avviene nell’inconscio della famiglia e anche a livello di popoli e nazioni. Nella linea della storia esistono molte “sindromi da anniversario” che riattivano episodi che appaiono come pure “ripetizioni”. A cosa servono? Forse per non dimenticare di dimenticarsi? O forse per riequilibrare la bilancia dei pagamenti e testare il grado evolutivo che abbiamo raggiunto? E’ un elemento spiegabile con l’Ira della Punizione Divina o con la semplice necessità evolutiva della stessa Esistenza?

Premessa

Possiamo portare ad esempio la battaglia della Piana dei Merli che si svolse il 28 giugno del 1389 tra turchi Ottomani e Serbi cristiani ortodossi e che vide la totale disfatta del principe serbo Lazare sui campi del Kosovo. Questa epica disfatta è diventata un elemento distintivo dell’identità storica dei Serbi che riverbera per molti secoli seguenti. Il 28 giugno del 1914 venne assassinato a Sarajevo l’erede al trono arciduca Francesco Ferdinando, per mano di congiurati Serbi che volevano vendicare idealmente la sconfitta di 5 secoli indietro. Quell’attentato è considerato la scintilla che innescò la prima guerra mondiale. Dopo 75 anni, il 28 giugno del 1989, Slobodan Milosevisìc, un altro leader serbo, fece ricondurre i resti di San Lazare (lo stesso principe che fu canonizzato dalla chiesa ortodossa) nel Kosovo e da lì a pochi giorni si scatenerà il massacro dei mussulmani in Albania, Serbia e Kosovo.

Questo è solo uno dei tanti esempi di cui tutta la storia dell’essere umano è piena. Episodi che stranamente aspettano delle date significative per ripetere e riattivare ferite antiche che fanno ancora sanguinare la memoria che non è stata pacificata. Se qualcosa si ripete significa che non è stato “integrato” un messaggio, un insegnamento.

Ma veniamo subito alla ripetizione che ci interessa:

Furono ben venticinque milioni di morti (alcuni arrivano ad ipotizzare anche 50 milioni)ad essere portati via dalla “febbre spagnola” che durò dal luglio del 1918 (pochi mesi prima della fine della Grande Guerra) fino al luglio del 1920.

Stiamo anche noi commemorando i primi cento anni da quell’evento. Nello studio del Generazionale 100 anni sono il tempo “utile” all’inconscio per ripetere il vissuto e per constatare quanto cammino è stato fatto da allora e che cosa è stato assimilato e compreso. Non potendoci permettere la ripetizione emozionale del terribile evento della Prima Guerra Mondiale, l’inconscio collettivo ha optato per fare una verifica sull’epidemia “spagnola” conseguente al Conflitto.

Anche allora ci sono studi che indicano la partenza dell’epidemia dalla Cina, ma poi il virus si manifestò a marzo nel Kansas in una struttura militare dove si addestravano le truppe americane che sarebbero andate a combattere in Europa. E un secondo ceppo, molto più letale, si divulgò in agosto contemporaneamente sia a Brest, in Francia, che a Freetown (in Sierra Leona), e anche a Boston.

La seconda ondata della pandemia del 1918 (agosto) fu molto più letale della prima. La prima ondata era assomigliata maggiormente alle tipiche epidemie influenzali; i più a rischio furono coloro che erano anziani o già malati, mentre i più giovani e coloro che godevano di buona salute si riprendevano facilmente. Ma ad agosto, quando iniziò la seconda ondata in Francia, Sierra Leone e Stati Uniti, il virus era mutato in una forma molto più letale.

Nella vita civile, la selezione naturale favorisce i ceppi di virus miti: quelli che si ammalano seriamente rimangono a casa, e coloro che sono solo lievemente malati continuano con le loro vite, diffondendo una malattia non grave. Nelle trincee, la selezione naturale risultava invertita: i soldati che avevano contratto una forma leggera rimasero dov’erano, mentre i malati gravi venivano inviati su treni affollati verso ospedali da campo altrettanto affollati, diffondendo il virus più letale. La seconda ondata iniziò così e l’influenza si diffuse rapidamente in tutto il mondo. (Da Wikipedia)

Introduciamo altri elementi per proseguire il nostro discorso…

Se andate a curiosare tra le pagine web di https://canceratlas.cancer.org/  CANCER ATLAS potrete studiare le molto ben fatte cartine geografiche che mostrano le percentuali di casi di tumore in tutto il mondo suddivisi per genere e per tipologia. Non ci sono soltanto gli elenchi dei tumori più diffusi nelle femmine e nei maschi, ma anche quelli che sono causa di morte. Questa differenza è molto importante da sottolineare: i tumori principali non sono poi quelli che portano alla morte.

Da quelle tabelle possiamo constatare che, in tutto il mondo, i casi principali di tumore per la donna riguardano

  1. il cancro al seno
  2. e al collo dell’utero,

mentre per l’uomo i casi principali di insorgenza tumorale vengono riferiti

  1. al cancro alla prostata
  2. e a quello del polmone.

L’insorgenza tumorale ha i precedenti indicatori, ma la principale ragione di morte ne ha altri. Infatti non è detto che si muoia per il primo tumore che viene riscontrato, perché la causa maggiore di morte è ascritta proprio al cancro del polmone. Questa evidenza concorda con il fatto che non è il primo cancro diagnosticato che uccide, quanto la paura della morte che è connessa al conflitto polmonare.

Dunque tutte le malattie e le insorgenze che riguardano il polmone riguardano “l’aver visto in faccia la morte” o la “paura che un nostro caro possa morire” oppure “la paura della nostra stessa morte”. Non è mai il tumore principale che viene diagnosticato a portare alla morte, ma è quando viene annunciata alla persona la diagnosi del tumore stesso, nei modi sempre più brutali di oggi. E così il cancro al polmone si scatena subito dopo la diagnosi.

Dopo la Grande Guerra che fece 37 milioni di morti, non deve meravigliare che il conflitto biologico di aver visto in faccia la morte, potesse risolversi in una pandemia generale che ne portò via altri 25 milioni.

Anche la Seconda Guerra mondiale fece in totale 68 milioni di morti e dopo la guerra la tubercolosi ebbe un ritorno di fiamma molto forte, facendo internare moltissime persone in sanatorio. La tubercolosi, che sembrava scomparsa, è riapparsa oggi negli emigranti che approdano in Europa, perché hanno visto in faccia la morte nella traversata del deserto o sui barconi improvvisati nel mediterraneo.

Tutto ciò che riguarda il polmone è connesso non solo con la paura della morte, ma anche con i conflitti collegati al territorio, ovvero quando la sfera personale e lo spazio vitale della persona sono insidiati dai sensi di colpa, dalle minacce esterne, dalle paure in genere e si traducono nel corpo con la mancanza di aria. “Mi togli l’aria, mi togli il respiro!”, “Lasciami respirare!”, “Non ho più il mio spazio!” Sono frasi che identificano la nostra paura e il nostro risentito.

E dunque la quarantena e la chiusura di ogni attività è ciò che ferma o ciò che alimenta la pandemia? E il bollettino di numero di morti quotidiano ci fa diventare più amorevoli e compassionevoli o alimenta ancora di più il nostro conflitto e la nostra paura della morte?

Cercate di capire, non stiamo dicendo di disobbedire alle misure che il governo ha preso, stiamo cercando di far comprendere come funziona il nostro cervello rettile più profondo, quello che non rispetta le regole sociali, che non ha ancora accettato di vivere in comunione con gli altri e che pensa soltanto alla propria sopravvivenza.

Per scatenare una pandemia ci vuole un campo comune e come giustamente ha affermato Claude Bernard: “Il microbo non è nulla, il terreno è tutto”.

Il nemico non è il virus, là fuori, perché oggi sappiamo che ben l’8% del nostro DNA umano deriva dall’incorporazione dei virus che abbiamo incontrato nel corso della vita. Non è solo il virus la causa di malattia. Lo stesso mondo scientifico concorda sul fatto che le malattie derivano da più fattori e tra questi ci sono:

  1. qualità vitali, naturali e umane del proprio ambiente
  2. terreno e polimorfismo genetico
  3. carenze nutrizionali, mancanza di riposo
  4. agenti patogeni
  5. stress, paure, ansie, identificazioni
  6. assenza di un proprio piano di vita, assenza di un significato nella propria esistenza
  7. assenza di una saggezza esistenziale

Dobbiamo dunque provocare una diversa riflessione, per prevenire gli effetti nocivi del panico e dell’ansia istigato allo stesso modo sia dall’eccedere sulla gravità sia dal tentativo di tenere le cose nascoste, per ridurre il contagio e la morbilità del virus e facilitare così la guarigione.

La nostra amigdala è stata programmata durante tutta la sua evoluzione a reagire verso minacce immediate. Mobilitare le menti su problemi di sicurezza secondari o epidemie rende possibile non vedere e affrontare il problema di base, vale a dire il fallimento delle politiche di salute e benessere delle nazioni.

Alla luce di quanto detto fino ad ora possiamo comprendere il “risentito” della Cina. La storia ci mostra che gli imperi si susseguono e si somigliano per il loro autoritarismo, la loro opacità, la loro volontà di controllo e le loro violente repressioni. La Cina, che aspira al titolo di prima potenza economica e militare mondiale, conosce un contesto politico ed economico molto delicato.

La Cina ha installato 450 milioni di telecamere di sorveglianza pubbliche e private con riconoscimento facciale di passanti e automobili per fornire ufficialmente sicurezza e prevenire incidenti di inciviltà. Così i cinesi si sentono osservati, imbavagliati, terrorizzati, sedotti e traditi dai loro sovrani, uccisi dalla censura e ingannati da maschere e mascherine.

Il dottor Li Wenliang, martire del coronavirus, che aveva lanciato l’allarme sui pericoli dell’epidemia emergente è stato arrestato per “aver scritto commenti falsi su Internet” e redarguito dalla polizia. Questo stress ha favorito la sua contaminazione e la sua morte.

Il blogger Chen Qiushi, che stava indagando sul coronavirus in tutti i punti caldi (ospedali, supermercati, pompe funebri, famiglie di vittime, taxi, volontari, ecc.) è misteriosamente scomparso. Le autorità affermano che è stato “messo in quarantena”, perché aveva trascorso troppo tempo negli ospedali di Wuhan. Perché allora privarlo anche dei mezzi di comunicazione?

Parte prima

16 marzo 2020