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PSICOGENEALOGIA, CRONOGENETICA, EPIGENETICA: QUANDO IL TRAUMA È INFORMAZIONE TEMPORALE

sab 25 nov 2023
Psicogenealogia, Cronogenetica ed Epigenetica convergono in un punto comune: il trauma non si ferma all’individuo, ma attraversa il tempo e le generazioni. Questo articolo mette in dialogo le grandi intuizioni sul transgenerazionale con le più recenti ricerche scientifiche sull’epigenomica, mostrando come memorie emotive, stress e vissuti ancestrali possano lasciare tracce biologiche reali e influenzare identità, salute e destino.
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PSICOGENEALOGIA, CRONOGENETICA, EPIGENETICA: QUANDO IL TRAUMA È INFORMAZIONE TEMPORALE

Il trauma non è solo un evento.

È informazione che attraversa il tempo.

Non passa perché non appartiene al tempo lineare della coscienza, ma a quello biologico del corpo. Ed è per questo che può trasmettersi di generazione in generazione, riattivandosi come sintomo, scelta, blocco, ripetizione.

Per comprendere davvero il transgenerazionale occorre cambiare prospettiva: non chiedersi cosa è successo, ma come quell’evento è rimasto attivo nel tempo biologico.

Qui si incontrano tre campi che per anni hanno camminato separati: psicogenealogia, epigenetica e Cronogenetica. Non come somma di approcci, ma come lettura unificata del tempo incarnato.

La psicogenealogia ha mostrato che ciò che non viene detto si ripete.

Anne Ancelin Schützenberger ha dato forma clinica a questa intuizione, mostrando come date, lutti, segreti e traumi creino vincoli invisibili che agiscono nei discendenti. Non per suggestione, ma per lealtà sistemica.

Le Costellazioni Familiari hanno reso visibile la struttura del campo.

Bert Hellinger ha mostrato che l’ordine precede il benessere e che ciò che viene escluso ritorna. Ma vedere non basta se il tempo resta congelato.

L’epigenetica, infine, ha aperto una breccia scientifica irreversibile: le esperienze lasciano tracce biologiche trasmissibili. Studi condotti a Zurigo hanno mostrato che traumi indotti modificano i microRNA nello sperma, alterando il metabolismo dei discendenti fino alla terza generazione. Ricerche negli Stati Uniti, su famiglie di sopravvissuti alla Shoah, hanno evidenziato marcatori epigenetici comuni tra genitori e figli.

La conclusione è chiara: il corpo ricorda prima della mente.

E ricorda nel tempo.

La Cronogenetica nasce esattamente qui.

Non come teoria interpretativa, ma come metodo operativo sul tempo biologico.

Il suo assunto è semplice e radicale: il trauma non è un contenuto psicologico da elaborare, ma una compressione temporale. Un evento che non è stato chiuso nel suo tempo resta attivo e viene “portato avanti” dal discendente, come se fosse suo.

Per questo la Cronogenetica non lavora sulla narrazione, né sulla ristrutturazione cognitiva. Lavora sulla linea temporale incarnata, quella che precede il linguaggio e la volontà.

Il processo non ha come scopo “stare meglio”, ma ristabilire la corretta collocazione temporale dell’evento originario. Quando il corpo riconosce che ciò che sente non appartiene al suo tempo, l’allarme si spegne. Non per suggestione, ma per precisione biologica.

Il Metodo si articola in cinque passaggi funzionali, che non sono tappe motivazionali ma trasformazioni temporali reali.

Il primo è la disidentificazione: il soggetto scopre che l’emozione dominante non è nata con lui. Questo produce una immediata riduzione della pressione interna, perché l’Io smette di coincidere con il sintomo.

Segue il decentramento: il dolore non è più vissuto come “dentro di me”, ma come appartenente a una dinamica genealogica. Il loop si sposta dal cervello al tempo dell’albero.

Il terzo passaggio è l’attenzione cosciente. Quando l’energia non è più impegnata a trattenere il conflitto, torna disponibile. La persona recupera presenza, sensibilità, capacità di lettura fine della realtà.

Il quarto è la trasvalutazione. Qui cade la morale. Non c’è più il bisogno di giudicare l’evento come giusto o sbagliato. L’esperienza viene vista come funzione evolutiva dell’albero. È in questo punto che il dolore si spegne davvero.

Il quinto è il ritorno al significato. Non come senso astratto, ma come scoperta del Talento: la funzione biologica che si è attivata per compensare una mancanza genealogica. Il Talento non è virtù, è organo evolutivo.

In questa prospettiva, l’epigenetica non “conferma” la Cronogenetica.

Le parla la stessa lingua.

Entrambe mostrano che l’essere umano non è la somma dei suoi geni, né delle sue esperienze personali. È un nodo temporale, un punto di passaggio in cui l’informazione può finalmente essere integrata invece che trasmessa.

Quando questo accade, la ripetizione si interrompe.

Non perché si è capito qualcosa, ma perché il tempo è tornato al suo posto.

La Cronogenetica non promette guarigioni miracolose.

Offre qualcosa di più raro: precisione.

E quando il corpo riconosce la precisione, smette di difendersi.

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