L’ARCHETIPO DELLA RIBELLIONE, la Quinta Sĕfirōt di Ghevuràh: LA MEDIAZIONE ESTERNA (1°parte)

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su pinterest

Continuando il nostro percorso di sviluppo della persona giungiamo all’Archetipo numero 5 che abbiamo chiamato LA MEDIAZIONE ESTERNA: è la prima presa di coscienza della ribellione, quando mi accorgo che ciò che sono mi è estraneo. Se l’identità si struttura a 7 anni quando incontriamo la relazione sociale per la prima volta nel mondo della scuola; la MEDIAZIONE ESTERNA si attiva in piena pubertà, nel 14°-15° anno di vita.

Questo è il momento più delicato nella vita della persona: è qui che decidiamo se vale la pena “vivere o morire”. Siamo usciti dalla scuola dell’obbligo, non ci sono più argini protettivi che mi costringono a far fluire la mia energia vitale all’interno di sponde già definite e omologate per tutti. Posso finalmente scegliere cosa fare della mia esistenza:

Vado a lavorare?
Scelgo le scuole superiori in relazione ai miei talenti e capacità?
Obbedisco ancora alle regole della mia famiglia e li accontento andando a realizzare i loro sogni interrotti?

E’ il tempo delle domande, del mal di vivere, dello spleen cosmico, degli amori impossibili. E’ il momento del volontariato generoso, perché se mi occupo di altri che stanno peggio di me, questo mi rende più forte e mi struttura, mi libera dalla paura della scelta. Mentre fino ad allora ero incastrato nell’identità della mia famiglia, nei rituali del gruppo, negli obblighi della scuola, ora si fanno strada mille domande sulla fede, sulla politica, sulla società, sull’amore, sull’intero Universo.

E’ il preciso momento in cui ogni essere umano incontra l’ETICA. Non ne ha certo ancora la giusta e reale percezione, ma la vita pone il ragazzo e la ragazza davanti a questo tema importante: comprendere e decidere che cosa è davvero etico da cosa non lo è. Qui c’è la scoperta delle ingiustizie, delle cose più grandi di noi, delle scelte del genere umano verso l’economia, il pianeta, la convivenza civile, e qui c’è il ritorno del mal di vivere, del tedio stesso dell’esistenza, della necessità di trovare una risposta o un’uscita ragionevole e onorevole.

La riflessione e la meditazione personale si fa così profonda che il ragazzo è come se prendesse coscienza di tutte le proprie parti, anche di quelle più pesanti, e la coscienza ridesta la memoria di un karma antico, indipendente da quello della famiglia e del clan in cui è inserito: è proprio il suo, quello personale. Questo è il periodo dei “deja vu” che fanno riaffiorare i confusi ricordi dell’anima di questa persona che possiede memorie non ancora integrate nelle giovani personalità. Sono antichi grumi non risolti che si vanno ad aggiungere al karma materno. Occorre risolvere anche queste parti antiche, oltre ad affrontare i tratti più pesanti del proprio albero generazionale. E’ il “cogito ergo sum di cartesiana memoria che attiva nel giovane il peso di un pensiero che scopre in sé qualcosa di altro, la sua propria separazione. La mediazione esterna è in verità mediazione con se stesso, con la parte estranea di sé.

In questo momento, anche solo forse per un attimo, si innesta la lucida consapevolezza di quello che sono e di quello che voglio essere: di cosa sia il mondo esterno nel suo “apparire” e come posso tentare di comprendere quegli spunti e quelle ispirazioni che nascono dentro di me e che non trovano individuazione e allocazione in nessun luogo. Così comincio a utilizzare quella bussola personale che mi dovrebbe guidare verso la giusta direzione della mia esistenza e che mi farà decidere se diventerò un medico, un economista oppure un insegnante o un professionista.

Dopo queste formulazioni chiare e limpide nella mia mente posso però ricadere nelle spire del gruppo, che può riprendere il sopravvento sulle mie volizioni e distogliermi dalla missione che mi ero scelto. Oppure vengo nuovamente catturato nella visione della mia famiglia che mi convince a sciogliere le tante cose in sospeso dell’albero generazionale e che spingono per essere risolte. “C’è la farmacia di famiglia, aperta da tuo nonno e che io ho mantenuto per te, così tu proseguirai su quella strada!” Dopo aver strutturato la mia identità (essere altro da mio padre e mia madre) e compreso, per un attimo, cosa voglio diventare, mi ritrovo a dover combattere contro il mondo intero.

In questa Sephiroth sono collocate le due lame dei tarocchi: IL PAPA e LA TORRE. Il PAPA è proprio il numero 5 e rappresenta la mediazione e l’unione del dito indice e del medio, che sono appunto la via del cuore e la via dell’intelletto, l’oscuro Saturno portatore del destino e il luminoso Giove che razionalmente vuole dominare la materia. Unificare le due strade è il compito della MEDIAZIONE ESTERNA. Anche la TORRE ha qui un preciso significato ed è la caduta da tutte le certezze precedenti: sento dentro di me degli stimoli che percepisco originali, che non hanno niente a che fare con la mia famiglia e con la tradizione seguita finora, è una energia incontenibile che mi chiede di essere seguita. Anche qui la MEDIAZIONE è trovare una strada adeguata tra la mia libertà assoluta e l’obbligo in cui sono inserito da sempre: familiare, di gruppo, sociale. E’ proprio qui che mi giunge il richiamo della mia anima e spesso scopro che questo compito non è assolutamente in sintonia con il luogo che mi sono scelto per manifestarmi. Questo è l’obbligo della scelta: o combatto o soccombo e mi arrendo!

Qui ci sono le decisioni limitanti che esprimono la ribellione del soggetto: “Chi mi educa non è nessuno!” Il ragazzo si sente al di sopra dell’autorità familiare, non accetta nessun intervento di contenimento e si manifesta il gap e la frattura generazionale. Qualche decennio fa i figli, che finalmente potevano andare a studiare e superare la condizione di povertà culturale dei genitori, mantenevano un atteggiamento di ringraziamento e di rispetto nei confronti dei sacrifici fatti per mantenerli agli studi. E quei genitori, anche se avevano pochi strumenti di comprensione, desideravano essere coinvolti nelle scoperte e nell’evoluzione intellettuale dei propri figli, ed erano comunque partecipi di questa gioia infinita che era loro capitata. Era un riscatto, una evoluzione.

Oggi il fatto che se anche possiedi due lauree e tre master non trovi comunque lavoro adeguato, vanifica comunque l’impegno che il soggetto ci mette nello studiare e nell’elevarsi culturalmente. Il potere di pochi cerca di mantenere basso lo sviluppo della popolazione a livello economico e si cerca sempre di livellare tutto al basso.

Davanti a queste evidenze nella MEDIAZIONE ESTERNA si concretizza tutta la ribellione dell’adolescenza e sono diverse le modalità di reazione:

1) “Questo mondo mi fa schifo ed io non ci voglio stare!” “Troverò un modo per togliermi di torno in un modo o nell’altro, di uccidermi, ed entro in sfida con la società e con la mia esistenza!” Dunque è la vocazione al suicidio, che qualche ragazzo compie concretamente, ma che altri programmano come entrata in una qualsiasi delle infinite dipendenze. Non arrivo al quinto archetipo, ma torno indietro al quarto, tra le braccia di mia madre, nel ritorno impossibile all’Eden perduto. “Io non vi ho chiesto di venire al mondo! Ora ci dovete pensare voi a me!” Qui ci stanno tutti quei ragazzi che pensano che ci sarà sempre qualcuno che li dovrà accudire, come quando erano bambini. Sono degli eterni “Peter Pan”.

2)”Non me ne frega niente di studiare!” Faccio il primo lavoro che capita, perché sento la necessità di essere autonomo. Voglio conquistare la mia autonomia, come il primo segno della mia libertà. Dal mal di vivere esco con la mia scelta lavorativa. In questo modo comprendo che ciò che faccio vale almeno qualcosa, perché mi dà in cambio un controvalore in denaro che mi viene socialmente riconosciuto. Il lavoro è il mio biglietto di partecipazione allo spettacolo del mondo.

3) Dal punto di vista femminile la mediazione esterna potrebbe essere vissuta così: “Bene, io andrò incontro a questo ragazzo, avrò verso di lui un’apertura costante di disponibilità! Il rapporto sessuale diventa un mezzo di comunicazione e la sollecitudine una specie di missione e di compito per alleviare la sofferenza del maschile. Può diventare una vocazione e l’uomo farà di tutto per confermare a livello intellettuale, questa distorta visione. (Questa modalità di reazione era molto attiva qualche decennio fa, dopo la liberalizzazione sessuale degli anni 70 e 80)

4) “Non appartengo a niente di tutto quello che mi fate vedere! Mi sento fuori dai vostri giochi di genere. Io sono altro!” Oggi è invece molto più presente la percezione transgender. Non voglio affrontare la vita nella costrizione di un ruolo collegato all’appartenenza a un genere. Così viene creata una forma intellettuale di protesta che si alimenta di concetti che vogliono superare la stessa organizzazione biologica umana. Ma non c’è nulla di intellettuale in tutto ciò: è una pura e semplice abdicazione alla vita. Devo fare il re, devo essere la regina del mio regno, ma non lo voglio fare! Non voglio regnare! Preferisco essere liberato dalle regole di corte. E’ solo un peccato di omissione!

5) “Faccio l’artista!” L’artista comincia come un Peter Pan e tenta la strada di coinvolgere gli altri perché lo salvino dalla sua scelta di voler morire, ma se rimane a questo stadio resterà sempre connesso con le varie dipendenze. Ma se riesce a fare uno scatto di consapevolezza, la sua scelta diventerà quella di comunicare al mondo il proprio disagio. “Gli altri si renderanno conto del dolore che provo nella mia esistenza, perché glielo renderò MANIFESTO!” Ed è questa decisione che lo rende capace di entrare in risonanza con l’inconscio collettivo e suscitare qualcosa negli altri. Un attore, una ballerina, un pittore… sono quasi sempre nella MEDIAZIONE ESTERNA!