Il pensiero non può manifestarsi puro nella materia, perché deve passare prima attraverso l’immagine. Eppure tutte le cose che diventano materia sono state prima pensate, valutate e scelte: questo è il primato del Pensiero e del Verbo sulla materia. Anche nell’Inconscio Profondo della storia generazionale la parola mantiene un potere molto evidente nella vita del clan, diventando quel “risentito” che ci muove o che ci limita. La prima Sĕfirōt[1] dell’Albero della Vita di cui la Cronogenetica ci parla, rientra proprio nel Progetto Senso.[2]

Per conoscere il nostro “compito biologico” nella vita (ben distinto da quello personale) è importante comprendere il pensiero che nostro padre aveva in testa nei nove mesi precedenti al nostro concepimento. Prova per un attimo ad immaginare che cosa ha fatto e pensato tuo padre, cosa ha sofferto e vissuto in quel lasso di tempo che anticipa e precorre la tua concezione. Quello che il futuro padre racchiude nella sua mente come desiderio e obiettivo nei nove mesi precedenti al concepimento del futuro bambino, diventerà carne e sangue nella gravidanza e, per il figlio una volta nato, sarà il compito da svolgere nella vita, una specie di obbligo da onorare.

Tutto questo avviene a livello inconscio, perché il padre, a volte, neppure ricorda il suo stato d’animo di quei mesi, ma ciò che è stato vissuto come “intenzione” resterà sulla pelle del figlio come un impulso ad essere realizzato. Si tratta di problemi ereditati dall’Albero di cui il padre sente il bisogno di trovare soluzione e che proietta sul futuro bambino. Potremmo formulare questo meccanismo come il continuo tentativo dell’Albero Generazionale di trasformare le vergognose mancanze degli antenati nei fulgidi talenti dei discendenti.

In questo senso l’evoluzione è un obbligo iscritto nel nostro DNA.

L’Origine di tutto il movimento umano è la Volontà di Fondare una famiglia. Questo rappresenta l’archetipo della Corona, la Sĕfirōt di Kether, quello che la Cronogenetica chiama Progetto Senso. Qui non c’è ancora niente di materico, ma tutto è intenzione alla decisione, orientamento verso l’azione che verrà, accettazione della perdita per concretizzare una scelta. All’Origine c’è solo il moto della Volontà!

Fondare significa “scavare fino al sodo”, per gettare le basi di ogni possibile futura costruzione. Fondare città, stati e regni era una peculiarità tipicamente maschile in un tempo in cui i mezzi di sussistenza erano scarsi e l’unica vera impresa era espandersi e conquistare altri territori per ottenere nuove fonti di sostentamento. L’atto di “fondare” è sempre stato attuato in memoria di qualcuno o qualcosa: è quell’attività che manifesta nella materia un oggetto che ha funzione di tenere in vita il ricordo di una vittoria, di un gesto impavido, di una saga condivisa e che, con la sua stessa esistenza, ne alimenta la perpetua memoria.

Il maschile ha la necessità biologica di compiere gesta intrepide o di lasciare in eredità ai posteri delle cose tangibili, concrete, che possano testimoniare il suo passaggio nel mondo e dare un senso alla sua esistenza. Il femminile non ha questo istinto verso la sfida, non perché privo di coraggio, ma perché ha già soddisfatto il bisogno di eternità, compiendo la propria funzione riproduttiva, semplicemente generando figli e figlie.

In una società dove tutta l’energia disponibile bastava appena per soddisfare i bisogni primari della sopravvivenza, il sogno umano era interpretato e vissuto solo da pochi individui, che compivano azioni estreme e coraggiose e lasciavano il proprio nome nella memoria dei popoli. Quelle gesta erano la massima elevazione in un mondo fatto solo di bisogni primordiali da soddisfare per sopravvivere.

Quando la società diventa più ricca e si eleva verso bisogni più culturali e spirituali, anche la famiglia perde il suo ruolo naturale di elemento solo riproduttivo, per trasformarsi in un organismo sociale. Chi decide di avere un progetto di vita e, quindi, di costruire una famiglia, è sempre il maschio, che, imitando le antiche e gloriose epopee degli eroi che fondavano città e regni, trasforma l’antica “fondazione” in una vera Istituzione.

Mentre è il maschile a istituire la famiglia, conferendole il patrimonio che le permetterà di prosperare; la femmina dovrà invece vigilare, attraverso il contratto del matrimonio, che i figli vengano efficacemente tutelati e riconosciuti a livello sociale. Biologicamente è la femmina che ha necessità di mettere la firma sul contratto matrimoniale, non per sé stessa, ma per i figli che nasceranno da quella relazione.

Quando il maschio lascia la sua famiglia di origine, desidera creare una sua famiglia, ma questa esigenza è intimamente connessa con la propria scommessa di vita e con la propria progettualità futura. Colui che vuole realizzare la propria famiglia si sente sempre come se fosse il primo, come se nessun altro avesse mai formulato un tale nobile pensiero e diventa così simile all’eroe che fonda una città. Questa percezione è reale, perché il maschio non si riferisce alla mera “naturalità riproduttiva” del vincolo familiare, ma piuttosto all’originalità del suo sogno di vita e del suo progetto che sono intimamente legati alla creazione della famiglia stessa.

Quando entriamo storicamente in una gestione sociale della convivenza, significa che il maschio ha superato il livello primario del bisogno e che è ormai in grado di procurare cibo, garantire protezione e territorio per sé e per la sua compagna: in quel momento nasce il desiderio di creare un luogo che si prepari ad accogliere il futuro figlio, che non sarà più un figlio naturale, ma il perfezionamento di un pensiero evolutivo. Qui nasce l’istituzione familiare intesa come una forma che va oltre il bisogno immediato del singolo di riprodursi.

Fare un figlio in uno stato di natura è una pulsione primaria, ma pensare di far fronte alle sue necessità perché possa crescere intellettivamente ed abbia un futuro migliore, questo ha a che fare con l’istituzione della famiglia. Non stiamo parlando della gestione quotidiana della sua crescita, quanto di un bisogno intellettuale, dove il riconoscimento sociale e l’appartenenza al gruppo possa garantirgli una più vantaggiosa evoluzione rispetto al passato.

Nel Progetto Senso il pensiero ed il sogno del padre, diventano Compito e Adempimento nel suo discendente. Un figlio non assomiglia solo ad un cucciolo di mammifero evoluto, ma diventa la stessa manifestazione intellettuale di un pensiero, non è più il semplice risultato della pulsione di un maschio che vuole riprodursi, ma piuttosto il prodotto di una operazione culturale: la volontà del padre di coinvolgere il figlio nel proprio progetto di vita.

Raggiungere la Somiglianza con nostro padre significa così conoscere e onorare il suo Progetto Senso. Ma soprattutto trovare il modo per realizzarlo. Non si tratta di obbedire ad un comando, né di esaudire un sogno interrotto, ma di accettare un coinvolgimento, perché possa pienamente attingere al suo stesso serbatoio energetico ed ottenere tutti i talenti maturati nell’Albero e che ora possono diventare miei.

Senza l’intenzione di formare una famiglia dove può un maschio, che si allontana dalla sua casa d’infanzia, trovare altrettanta energia di condivisione e potenza di ispirazione? Forse potrebbe entrare in un gruppo, in una congrega, in un partito, in una religione, ma non avrebbe la medesima quantità di efficienza e vitalità.

E anche la storia umana tornerebbe indietro, perché senza intenzione e volontà di un paterno che invia il proprio figlio nel mondo con uno scopo, quello che resterebbe sarebbe solo pura attrazione sessuale che non conosce direzione e può soltanto produrre nuovi cloni del proprio Albero Generazionale, fatti solo per mimare, con ossessiva ripetizione, ciò che è già accaduto nel clan, senza alcuna evoluzione. Una pura immagine senza Somiglianza.

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[1] La parola Sĕfirōt è connessa con sefer (scrittura), sefar (computo) e sippur (discorso), che derivano dalla stessa radice SFR. Il significato basilare viene reso come emanazioni: le Sĕfirōt nella Cabala ebraica sono le dieci modalità o gli “strumenti” di Dio attraverso cui l’Ein Sof (l’Infinito) si rivela e continuativamente crea.

[2] Parlano di Progetto Senso a livello di Psicogenealogia i francesi Claude Sabbah, Marc Fréchet, Gerard Athias. Esso risulterebbe talmente radicato nel sistema familiare, che il concepimento stesso e la generazione di un figlio non avvengono a caso, ma sono connessi alle esigenze della lealtà familiare invisibile. Un figlio non viene concepito, atteso e generato solo per se stesso, ma per obbedire a sogni, desideri, progetti inespressi o incompiuti del clan familiare.