L’Italia sta soffrendo molto questa situazione di quarantena forzata, la nostra anima anarchica ci fa sentire stretti in una condizione di autolimitazione responsabile e proprio il territorio italiano più avanzato nel sottolineare l’imperativo categorico del lavoro e della ricchezza, viene colpito dalla necessità – altrettanto categorica – di fermarsi e bloccare il senso stesso dell’esistenza: il lavoro e la ricchezza.
Abbiamo bisogno di capire e di spiegarci perché è stato messo in piedi questo grande set mondiale e cinematografico da film di fantascienza e perché siamo costretti ad andare alla disperata ricerca di un senso. Dopo decenni di vite annoiate, rispuntano improvvise le antiche domande sul senso della vita e dell’esistenza.

In questo evento di pandemia, vogliamo leggere più un’opportunità evolutiva che una spiegazione complottistica dei soliti poteri forti, signori e padroni del mondo. Ma non perché non sia vero che solo poche persone hanno in mano la quasi totalità della ricchezza e delle risorse del pianeta, ma solo perché all’Inconscio Biologico e Generazionale non interessa nulla della verità! L’unica cosa che conta nel DNA emozionale è il “VISSUTO” di ciascuno, quello che lui prova, quello che lui “sente”, come lo muove e lo modifica nell’azione.

Leggere la realtà con una spiegazione di ripetizione “generazionale” connessa all’albero di ciascuno, ma anche dal punto di vista delle scelte già effettuate da tutta la razza umana (almeno nei 100 anni precedenti all’evento), ci permette di riprendere in mano il timone della direzione e di non essere perduti nel mare della casualità più bieca e senza senso.

Tutto ha una causa (questa è la partenza razionale), ma oltre la causa c’è la Sua Origine (è questa è la spiegazione evolutiva inconscia). Prima devi comprendere la “partenza” di una cosa, e ti serve la tua razionalità e la tua intelligenza (emisfero sinistro), ma poi devi scovare cosa c’è dietro la partenza e risalire alla sua “origine”, e qui serve il tuo ingegno (emisfero destro) e la tua fede.

Quando comprendi la causa radice che risiede nell’Origine (e non solo la semplice Partenza) di una qualsiasi azione che si è svolta nel tuo albero generazionale, o di qualsiasi movimento sociale che è accaduto nella storia, allora possiedi la chiave per tentare una soluzione e andare incontro al futuro SENZA RIPETERE ciò che doveva essere già integrato!

Il biologico sia generazionale che storico, lo abbiamo già detto, ci costringe all’evoluzione, ma lo fa con i suoi metodi sbrigativi e decisi e non si perita a sacrificare la vita di molti individui, se reputa in pericolo la sopravvivenza stessa della specie. Siamo noi che, comprendendo in anticipo questo meccanismo automatico di autodifesa, possiamo trovare soluzioni più umane che attivino in tutti la medesima autocoscienza e comprensione che siamo comunque obbligati a raggiungere con tali devastanti tsunami emozionali.

Il biologico ci forza sempre all’eticità e i poteri forti sono anche loro nel gioco di questa incredibile scacchiera che li ha inseriti come un semplice elemento del puzzle e non avranno comunque l’ultima parola. Sarebbe bene anzi togliere loro questo potere e ridare la maestà al cammino generale ed inconscio della comunità umana a cui apparteniamo. Parlare di complottismo ci rende subito indifesi e il nostro personale vissuto diventa quello della rabbia dell’impotenza contro poteri finanziari e politici che non potremo arginare in alcun modo.

Ma se invece della lotta contro i poteri occulti (che si fottano da soli!) stiamo attenti a cogliere il motivo della nostra presenza oggi nel mondo, in questo tempo ed in questo spazio, secondo il nostro sentire e i nostri irriproducibili e unici talenti, allora si fa chiaro, almeno per noi, il valore della nostra esistenza.

Se non comprende il valore della propria vita, perché una persona dovrebbe evolvere??? Se sopravvive un giorno appresso all’altro, non è forse oggetto della più crudele maledizione che rende vana la sua esistenza?

La cosa più terribile che siamo costretti a vivere tutti i giorni, con uno stillicidio spaventoso, è l’impossibilità della medicina ufficiale di accudire e di curare tutte le persone che arrivano in ospedale, (siamo nel marzo del 2020 in piena Pandemia COVID19) e soprattutto quelle che accedono alla terapia intensiva.

Questa impotenza odierna, nonostante non ci troviamo più nelle condizioni sociali e sanitarie e del 1918-1920, richiama proprio il vissuto degli eventi della fine della prima Guerra Mondiale. Come accadde allora, il mancato accudimento individua un materno che non c’è e che si eclissa.

Laddove non c’è accudimento e non possiamo salvare tutti, il femminile si rifiuta di essere presente.

Alla fine della Grande Guerra le femmine rifiutarono di continuare ad accudire, a livello biologico, quando si accorsero del tradimento: “Noi facciamo i figli e voi li trascinate a morire nelle trincee?” Questo è il vissuto che rese possibile anche la pandemia della spagnola.

La medesima cosa accade oggi in Cina, dove le femmine sono state decimate negli scorsi decenni del regime comunista per la politica del figlio unico (33 milioni di maschi in più).

La stessa cosa nelle giovani femmine italiane: “Non voglio avere un figlio, perché ho il terrore che mi possa morire!” “Non sopporto neanche il pensiero del dolore che questo evento mi potrà provocare!” Così siamo costretti a rivivere a livello collettivo quell’antico risentito: “La nostra impossibilità a salvare tutti!” Elemento che fu ribadito dall’epidemia successiva alla guerra.

E’ una ripetizione assolutamente generazionale.

In quella guerra di trincea molte persone si trovarono accanto a commilitoni e compagni in agonia e in fin di vita. Ma nel guardare i loro occhi che facevano trapelare il terrore della morte, sono riusciti a sostenerli e a dir loro che “ce la potevano fare” e che “andrà tutto bene”.

Le sentite le parole del risentito? Che risuonano anche oggi?

Abbiamo osservato servizi in tv in cui giovani medici o infermieri avevano ancora negli occhi lo stesso terrore di quelli che avevano visto morire in questi giorni. E dicevano che avevano condiviso con loro la stessa paura. Ma questa sincerità imperante e perversa è proprio il contrario di un umano sostegno. Qui mancano le basi della compassione umana che occorre ripristinare totalmente.

Le giovani generazioni pensano che condividere il momento terribile di accompagnare una persona alla morte, sia fare all’altro lo specchio del suo terrore; ma questo significa solamente dimostrare all’altro che io mi allontano da ciò che sta vivendo, perché quello che sta accadendo è la sua morte e non la mia. Nel fare da specchio non sto partecipando, ma mi sto allontanando, ti rifletto, appunto ti mando via.

Condividere significa solamente commozione, mi muovo insieme a te e condivido e partecipo alla tua dipartita e ti accompagno dicendoti una bugia: “ma sì che ce la fai, andrà tutto bene!”  La persona che sta morendo ha bisogno di sapere che ce la farà! Perché l’anima ce la fa sempre! In quei momenti c’è una condivisione animica che nulla ha a che fare con la morte fisica. Quelle due anime sono unite imprescindibilmente.

L’anima non muore, “in realtà tu non stai morendo”: è questo che l’anima vuol sentirsi dire! Questa è la fede che un medico o un infermiere devono imparare ad avere in quei momenti anche se fossero totalmente atei e non credessero a niente!

La stupida sincerità che le giovani generazioni vogliono esternare come una gemma preziosa nella relazione umana, di fatto è il rifiuto di assumersi la propria paura. La sincerità davanti alla morte non è sicuramente commozione, ma piuttosto volgare proiezione.

E non vedete un parallelo con quello che è accaduto allora?

Nelle trincee molti sono morti in totale solitudine, senza il conforto di una parola, o di un volto caro. Proprio come adesso. E come allora sono arrivati i barellieri dell’esercito a portar via le salme.

Questo accade perché l’Esercito è l’unica istituzione davvero compassionevole, più di ogni singola persona; è l’unica entità che possiede la visione del gruppo intero e mantiene quella del singolo all’interno del gruppo stesso.

Non interviene a causa dell’emergenza, ma per accogliere e sostenere con dignità la dovuta compassione.

L’Esercito ha le prerogative e le peculiarità storiche per accogliere la morte, perché si fa carico della paura e rende evidente l’appartenenza.