IL FASCINO DELLA PAROLA E IL NON-DETTO
IL NON-DETTO E LA PAROLA: QUANDO IL LINGUAGGIO È UN REPERTO
Le parole non servono solo a comunicare.
Servono a delimitare ciò che può essere vissuto.
Ogni sistema familiare utilizza un lessico preciso: alcune parole vengono pronunciate, altre evitate, altre ancora non esistono affatto. Questo non è casuale. Il linguaggio di una famiglia è una mappa di ciò che è stato possibile dire e di ciò che è rimasto escluso.
Il non-detto non è silenzio astratto.
È una assenza linguistica operativa.
Ciò che non ha parola non può essere narrato, e ciò che non può essere narrato continua ad agire attraverso il corpo, i comportamenti, le scelte. Non perché sia misterioso, ma perché non è mai stato collocato nel linguaggio.
Esistono parole che in una lingua mancano.
Esistono termini che in una famiglia non sono mai stati pronunciati.
Non perché non servissero, ma perché non c’era spazio per reggerli.
Il fatto che una parola straniera sembri “descrivere meglio” un vissuto non è un fatto poetico. È un dato genealogico: quel vissuto non ha trovato parola nel contesto in cui è nato. Il linguaggio familiare non lo contemplava.
Ogni albero produce così un vocabolario implicito:
parole ammesse e parole proibite, termini neutri e termini pericolosi, silenzi organizzati intorno a eventi, perdite, esclusioni. Non è censura cosciente. È economia di sopravvivenza.
La Cronogenetica lavora anche su questo piano, ma non per “arricchire” il linguaggio. Lavora per riconoscere le mancanze linguistiche come tracce temporali. Non cerca parole consolatorie o terapeutiche. Cerca il gesto originario che una parola avrebbe dovuto nominare.
La parola, in questo senso, non è un’etichetta.
È un contenitore di esperienza.
Quando un termine manca, non manca l’emozione: manca il confine. L’esperienza resta informe, si sposta, si trasmette. Il corpo la conserva come tensione, come sintomo, come ripetizione.
Trovare una parola non “libera”.
Colloca.
Quando un vissuto trova il termine che gli corrisponde, non accade una rivelazione. Accade una delimitazione. Ciò che prima era diffuso, indistinto, senza tempo, entra finalmente in una forma nominabile. E ciò che è nominabile smette di circolare senza posto.
L’identità non è fatta solo di ciò che è stato detto.
È fatta anche delle parole che non sono mai esistite nel proprio albero.
Riconoscerle non significa appropriarsene emotivamente, ma restituirle al tempo in cui sarebbero state necessarie. È questo che interrompe la trasmissione del non-detto.
Il linguaggio, allora, non diventa rivelazione.
Diventa archivio.





