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IL BAMBINO DI SOSTITUZIONE: UNA VITA CHE NON È LA TUA

sab 13 gen 2024
Il bambino di sostituzione nasce quando una perdita non elaborata resta attiva nel tempo genealogico. Questo testo mostra perché il problema non è l’identità, ma il posto occupato, e come solo la separazione dei tempi interrompe la ripetizione.
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IL BAMBINO DI SOSTITUZIONE: QUANDO UN POSTO RESTA OCCUPATO

La figura del “bambino di sostituzione” non descrive una personalità fragile.
Descrive una anomalia di collocazione nel tempo genealogico.

Si parla di bambino di sostituzione quando una nascita avviene in un punto occupato da una perdita non elaborata. Un figlio nasce dopo la morte di un altro figlio, di un fratello, di un genitore, o in seguito a un evento che ha lasciato un vuoto senza nome. La nascita non inaugura un tempo nuovo: viene chiamata a tenere aperto quello precedente.

Non si tratta di intenzione consapevole.
È una continuità silenziosa.

Il lutto non riconosciuto non scompare. Resta attivo come funzione. Il nuovo nato viene così collocato, implicitamente, in un posto che non è vuoto: un posto già occupato da qualcuno che non ha trovato conclusione. Il bambino non eredita solo una storia, eredita una posizione.

Anne Ancelin Schützenberger ha descritto questo fenomeno con chiarezza clinica: quando una perdita non viene elaborata, il figlio che nasce dopo non entra pienamente nel proprio tempo. Il suo percorso resta condizionato da una funzione che non gli appartiene.

Il caso di Vincent van Gogh è spesso citato non come spiegazione psicologica, ma come esempio temporale: nascere dopo un morto, con lo stesso nome, nello stesso punto simbolico, significa occupare una continuità già segnata. Non c’è bisogno di attribuire cause morali o artistiche. È il tempo che non è stato separato.

Il bambino di sostituzione non viene visto per ciò che è.
Viene visto al posto di.

Questo può avvenire in molte forme: il figlio chiamato a riparare una perdita, quello incaricato di realizzare un sogno interrotto, quello che prende il posto affettivo di un coniuge mancante. Le configurazioni cambiano, ma la struttura è la stessa: un’identità assegnata prima ancora che la vita possa prendere forma.

Le conseguenze non sono “psicologiche” nel senso comune. Sono effetti di una collocazione errata nel tempo: sensazione di estraneità, difficoltà a riconoscersi, bisogno di rotture radicali per esistere, scelte drastiche come tentativi di creare finalmente uno spazio proprio.

Non perché la persona non sappia chi è.
Ma perché quel posto non è mai stato liberato.

La Cronogenetica non legge il bambino di sostituzione come “vittima di un destino crudele”.
Lo legge come portatore di una funzione temporale rimasta aperta.

Il lavoro non consiste nel “tagliare il legame” o nel dimenticare il morto. Consiste nel restituire a ciascuno il proprio tempo. Il defunto al suo posto, il vivente al suo. Quando la separazione temporale avviene, il discendente non deve più sostenere un’identità che non gli appartiene.

Non si tratta di diventare qualcun altro.
Si tratta, per la prima volta, di entrare nel proprio tempo.

Il bambino di sostituzione non ha una “vita sbagliata”.
Ha una vita che non ha ancora trovato il suo posto.

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