Oggi i ragazzi fanno fatica ad abbandonare il nido dell’infanzia e la casa d’origine. I genitori, soprattutto le madri, pensano che là fuori ci sia “il male” e che non sia conveniente esporre inutilmente i figli a sconosciuti pericoli. La crisi dilagante dell’osservanza cattolica ha sostituito la colpa del peccato originale con la colpa laica del ragazzo che non riesce più ad allontanarsi da casa e farsi una vita propria (se non nei continui viaggi di piacere o di studio, per poi immancabilmente tornare).

Potremo tentare una prima spiegazione Psicogenealogica:

Siamo nel centenario della grande guerra (1915-1918) e la Psicogenealogia ci insegna che, a livello dell’inconscio familiare, stiamo tentando di risolvere le questioni rimaste in sospeso 4 generazioni fa, appunto un lasso di tempo che equivale a 100 anni.

Provate ad immaginare il vissuto delle madri italiane di allora, che vedevano strappati da casa i propri figli, giovanissimi a volte, per capire che sarebbero stati sacrificati in un’inutile carneficina e molti avrebbero trovato la morte nelle trincee di confine. L’allontanamento da casa significava dunque perdita senza ritorno: “là fuori” per loro c’era un pericolo mortale ed avrebbero voluto davvero nasconderli in cantina i loro ragazzi o farli fuggire all’estero. Le madri, in quel frangente storico, non poterono attuare, né esprimere il loro vero desiderio e si arresero per amore di patria e per la coscienza che la guerra fosse l’unica possibilità di ridare opportunità di crescita e di evoluzione alla nazione. Così oggi, quel desiderio inespresso, riverbera ancora nell’inconscio delle madri odierne, ma può finalmente diventare cosciente e trovare la sua soluzione.

Sappiamo ormai (e ci sono molti studi che lo confermano) che la coscienza evolutiva invia ai discendenti non solo le caratteristiche morfologiche, ma anche la componente emozionale del vissuto, proprio per informare i posteri degli eventi e dei problemi che sono stati affrontati. Questa informazione emozionale dovrebbe però sempre rimanere tale e cioè il riverbero di un vissuto che potrà facilitare la persona a scegliere conoscendo il significato dell’origine. Non si può continuare a vivere il risentito di quelle emozioni come un destino o una condanna a ripetere.

La colpa storica di allora era tutta maschile: non si erano approntati, a livello sociale, adeguati e concreti progetti di lavoro sociale per rispondere alla veloce crescita demografica, condannando così le popolazioni verso una massiccia emigrazione e poi anche verso la guerra. Lo scorso secolo ha visto l’epilogo delle due guerre più micidiali di tutta la storia umana, ma da quelle vite spezzate e da quelle tragedie sono scaturiti il boom demografico ed economico degli anni 50.

Risulta difficile comprendere se il tenere oggi i figli il più possibile in casa possa essere compreso più come una necessità economica che un bisogno inconscio di risoluzione dell’albero. Ma quello che possiamo dire è che questo allungarsi dei tempi di maturazione di un figlio, alimenta sempre di più la vergogna del padre e il senso di colpa della madre che stanno allevando dei figli che non sanno più prendersi la responsabilità delle proprie scelte e vivono nella paura di crescere. Così anche il figlio preferisce il senso di colpa alla paura, perché è più sostenibile essere sbagliati che affrontare l’esistenza.

Ma qual è l’origine della colpa e della rabbia nelle nostre famiglie?

Se un figlio si sente in colpa solitamente riflette la colpa di un genitore, normalmente la madre. La colpa riguarda sempre la violazione di un ordine gerarchico all’interno della famiglia.

I figli che vivono in famiglia fino a quarant’anni e passa si sentono in colpa perché non accettano la gerarchia e non vogliono essere educati dai loro padri e madri. Qualcuno ha scambiato la naturale evoluzione delle generazioni, con un sovvertimento gerarchico.

Quando nasce un figlio il padre e la madre riversano su di lui tutte le loro speranze, proiettando inoltre i propri desideri irrealizzati; ma fanno anche di peggio, credono di aver dato vita ad un essere superiore, molto più intelligente di loro e molto più capace di ogni altro componente dell’intero clan.

In questo modo perdono la propria autorevolezza, trasferendo il potere genitoriale nell’ego del bambino, che presto lo userà proprio contro di loro. Solitamente è la madre che attiva questa speranza nel figlio, per eliminare e cancellare le debolezza che lei vede nel proprio partner maschile. E così facendo il figlio si intossica per eccesso di affettività materna. E’ l’amore della madre che lo esalta e lo pone al di fuori della gerarchia, al di sopra di ogni altro valore. E’ come se l’affetto volesse ristrutturare la gerarchia in un nuovo ordine di valore. E’ come se il materno dicesse al figlio, che viene dopo, “Tu sei più evoluto di tuo padre e tua madre e pertanto vieni prima di noi!”.

Ma mentre la prima parte del discorso è vera e giusta, la conclusione di quell’affermazione è assolutamente falsa e deleteria.

IL SENSO DI COLPA E LA RABBIA SONO LE DUE RISPOSTE AL SOVVERTIMENTO DELLA GERARCHIA

Ci si sente in colpa perché l’inconscio del materno ha instillato nel figlio la coscienza della colpevolezza che risiede proprio nell’aver messo tra parentesi la gerarchia in nome di un amore più grande. Ma l’inconscio familiare non permette che si metta in dubbio l’elemento primario su cui l’albero generazionale si fonda: prima dell’amore esiste la lealtà gerarchica che afferma: i genitori vengono prima dei figli. E ancora: il proprio partner viene prima dei propri figli. Questi comandamenti inconsci sono il fondamento della sopravvivenza stessa della famiglia.

Certo oggi i figli hanno lauree che i genitori non possiedono, ma questo non significa che la famiglia deve essere riposta nelle mani di chi ha studiato di più. La gerarchia non è dell’ordine dell’amore o del buon senso o della conoscenza, ma dell’ordine della precedenza di nascita nel ruolo che si ricopre. Non possiamo neppure credere che la cultura sopperisca al buon senso e all’esperienza del buon vivere, uniche cose che ci permettono di assumerci la responsabilità delle scelte.

LA RABBIA

Dall’altra parte si sperimenta invece la rabbia come ribellione tout court alla gerarchia. “Mio padre non ha studiato e non capisce nulla” e ancora “anche mia madre lo considera inadeguato!”. “Chi mi educa, non è nessuno!” Ecco che il figlio non si intossica più nel senso di colpa che gli ha passato sua madre, ma elimina dal suo orizzonte entrambi i genitori e si propone come unico risolutore.

Tutti coloro che hanno un imprinting di rabbia (come prima emozione che viene tolta nel percorso di Cronogenetica) sono dei ribelli nati e fondano la loro ribellione sulla loro bellissima intuizione, ma nonostante le loro splendide percezioni, vengono sempre costretti dalla propria mente a seguire i dettami della razionalità che inevitabilmente interpreta e devia il contenuto del corretto presentimento.

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