Il vocabolario parla di FOBIA come di una paura angosciosa destata da una determinata situazione, dalla vista di un oggetto o da una semplice rappresentazione mentale, che pur essendo riconosciuta come irragionevole non può essere dominata dal soggetto che viene obbligato a un comportamento di fuga o evitamento.

La Fobia è una paura modificata e codificata dal soggetto che la prova. Nell’elemento fobico si sta parlando di idee fisse ed ossessive che rappresentano un pericolo per il soggetto che le vive fin quasi all’angoscia. Non sembra essere un’esperienza negativa vissuta in prima persona che determina il contenuto della fobia, bensì spesso la parola ed il racconto di un altro.

Abbiamo spesso verificato che la partenza di molti atteggiamenti fobici è sempre una situazione familiare in cui una persona, sopravvissuta ad un trauma che non è riuscita a superare, invece di nascondere l’evento lo condivide con gli altri familiari in un modo ripetitivo ed ossessivo, senza mai riuscire a scioglierlo. Ad esempio una madre racconta con dovizia di particolari la sua paura per i serpenti quando ne ha scoperto uno vicino alla culla di un neonato, e i bambini che ascoltano diventeranno fobici nei confronti dei serpenti pur non avendoli mai visti.

Possiamo pensare che l’origine della FOBIA sia l’impressione che l’altro ti rimanda, molto vivida e ricolma di emozione, che si palesa attraverso la parola del racconto e l’immaginario di entrambi. E’ come se l’esperienza originaria venga traslata dal soggetto che l’ha sperimentata a colui che lo ascolta, attraverso gli elementi emozionali estremamente forti emersi nella narrazione stessa. Così il futuro “fobico” allontanerà da sé l’esperienza di disagio immaginata come se fosse un proprio vissuto.

E’ una forma di “somatizzazione” che compie colui che racconta nei confronti di chi lo sta ascoltando, perché sta cercando, in questo modo, di integrare il contenuto della propria esperienza con la quale fatica a identificarsi. In questo modo la persona che subisce quella esposizione, viene catapultata nel luogo dell’evento negativo vissuto dal narratore, appropriandosi di ciò che non è suo.

Possiamo anche affermare, dopo tanta esperienza, che la fobia necessita di quel racconto come innesco, ma che la condizione fondamentale del suo accadere risieda nelle ragioni di una LEALTA’ FAMILIARE che ci lega al nostro albero e ai tanti EVENTI EMOZIONALI SIGNIFICANTI RIMASTI IN SOSPESO.

Il vero trauma è accaduto nell’albero a qualcuno dei nostri antenati e l’appressarsi dell’età del soggetto a quella in cui è avvenuto l’evento negativo nella vita dell’avo, attiva a livello inconscio l’agitazione e il tormento per la possibile ripetizione di quel vissuto. La fobia si attiva con il raggiungimento degli stessi anni di vita che aveva quell’antenato quando ha vissuto il trauma, e si manifesta con l’emergere di un’angoscia profonda e irrazionale alla vista di un oggetto particolare o di un pensiero specifico che ricorda proprio il contenuto di quell’antico vissuto.

A volte abbiamo addirittura notato che la causa radice indietreggi nel tempo fino a connettersi con quello che l’inconscio designa come vita precedente del soggetto, anche se questo non significa altro che l’evento è accaduto sempre nell’albero generazionale, soltanto molte generazioni prima.

Dunque la nostra Lealtà Familiare, che ha sempre bisogno di ristabilire l’equilibrio generazionale, apre nell’inconscio del soggetto quasi un varco temporale che lo riporta indietro e bastano pochi segnali analogici per riattivare il terrore che possa riaccadere una situazione simile all’antico vissuto che la fobia intende ancora oggi esorcizzare.

Sono moltissime le paure irrazionali che potete trovare su internet e che sono state studiate e nominate con il nome latino e col finale in “fobia”. Provate a pensare che dietro ciascuna di esse c’è un vissuto specifico sull’albero e tutta l’irrazionalità del soggetto fobico scompare!!!

ESEMPI DI FOBIE E LORO SPIEGAZIONE IN PSICOGENEALOGIA

1.      Ablutofobia: paura di lavarsi o fare il bagno. Sull’albero potrebbe essere morto un bimbo piccolo in una roggia dell’acqua o mentre faceva il bagno.

2.      Acarofobia: paura di avere prurito; degli insetti che causano prurito. Qualcuno è morto per lo shock anafilattico dovuto alla puntura di un insetto.

3.      Acluofobia: paura del buio. Un caso di morte apparente sull’albero scoperta dopo la riesumazione della salma.

4.      Acrofobia: paura dell’altezza e dei luoghi alti. E’ collegata a problematiche di pressione alta che aumenta con l’aumentare dell’altitudine.

5.      Aerofobia: paura dell’aria (di inghiottire aria; di aria contaminata). Questa fobia è connessa ad esperienze di guerra, quando c’era il timore di attacchi chimici con il gas nervino.

6.      Afefobia: paura del contatto, di esser toccati. C’è una storia di abbandono sull’albero e una totale anaffettività.

7.      Agliofobia: paura del dolore. Qualcuno sull’albero ha vissuto una morte molto lenta e dolorosa.

8.      Agorafobia: paura degli spazi aperti o dei luoghi affollati (da agorà, piazza). C’è il ricordo sull’albero di un antenato che ha vissuto la sua morte in un luogo affollato. “La morte ci ha colti tutti insieme!”

9.      Agrafobia: paura degli abusi sessuali. Ovviamente una problematica di abusi sessuali vissuta in famiglia, da chi non ti aspetteresti mai.

10.   Aibofobia: paura dei palindromi. (gioco di parole: il termine è lui stesso un palindromo!). Sono nati due bimbi siamesi, attaccati nel corpo ma con due teste. Il terrore della mostruosità fisica migra nell’aspetto del linguaggio: ho paura di tutto ciò che si legge da entrambe le parti.

11.   Albuminurofobia: paura di ammalarsi ai reni. Conflitto del profugo sull’albero; problemi di ritenzione idrica.

12.   Allodoxafobia: paura delle opinioni diverse dalle proprie. Qualcuno è stato fatto sparire, ucciso, perché aveva manifestato idee diverse ed opposte da chi governava in quel luogo. Forse eliminato dalla sua stessa famiglia per non mettere tutto il gruppo in pericolo.

MI OFFRO AL TUO POSTO

Nella fobia funziona sempre la percezione inconscia che un vissuto pesante non è stato integrato dai nostri antenati e che è destinato a ripetersi nelle successive generazioni. Qualcuno dei discendenti accetta – a livello inconscio prima e poi realmente – di rivivere su di sé la ripetizione dell’evento, per permettere all’antenato di risolvere ciò che non si è compiuto, dando a lui una nuova chance.

Tutti obbediscono alle leggi di questa LEALTA’ FAMILIARE secondo le quali chi è più piccolo e chi viene dopo sente il bisogno di offrirsi al posto di chi è più grande e di chi viene prima, di sacrificarsi e scaricare così le paure e le difficoltà di chi avrebbe dovuto risolverle. Non sopportando emotivamente che il più grande mostri la sua debolezza, il più piccolo decide di intervenire prendendo su di sé un marchio la cui origine non gli appartiene.

Nella fobia c’è però la coscienza che questa identificazione è irragionevole e che da una parte voglio scaricare l’antenato perché gli eventi in sospeso non si ripetano, ma dall’altra non desidero entrare in quel loop emozionale che non conosco e so non essere il mio. Così mi lascio spaventare da minimi segnali che annunciano l’arrivo della massa emozionale e mi blocco prima che accada, esorcizzando un oggetto o un pensiero.

La fobia è così un misto di emozione e di pensiero: è il tentativo del pensiero di gestire o almeno bloccare l’arrivo del “risentito” emozionale del mio albero generazionale, per tentare una forma di difesa.

Con la Cronogenetica si sblocca definitivamente la ripetizione di questo programma.

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